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Vedano le vostre opere belle



L’avvento nel nostro cuore si collega d’istinto alla figura del Battista e al deserto, infiammato dalla sua predicazione. Proprio la scorsa domenica la liturgia ce ne evocava la voce, come di testimone del Messia: testimoniava per un altro, che gli era passato davanti, che avrebbe battezzato, non nell’acqua, ma in Spirito santo e fuoco. Importante la testimonianza del Battista. Ma oggi Gesù un po’ ci sorprende, dicendoci che non è comunque la più importante. Non è quella decisiva. Chi dunque testimonia per lui? O, se volete, che cosa testimonia in suo favore? Chi e che cosa? Gesù sta parlando ai suoi oppositori, che hanno gridato allo scandalo per la guarigione, in giorno di sabato, di uno sventurato, inchiodato da trentotto anni a una barella. Gesù dice loro che a suo favore c’è una testimonianza ben più importante di quella di Giovanni. Loro peraltro avevano ben presto cambiato idea su Giovanni: da principio avevano dato ascolto alla testimonianza, ma solo per un breve momento: “Egli” dice loro Gesù “era la lampada che arde e risplende e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce”. Classico esempio di coloro che sprecano in dichiarazioni, in ossequi, in professioni di fede, salvo poi posizionarsi immediatamente da un’altra parte appena si profila all’orizzonte un pericolo per i loro interessi, per la loro posizione. Si cambia idea. Della razza mai estinta dei voltagabbana. Ebbene Gesù dà la precedenza in autorevolezza a un’altra testimonianza, che non viene dalla terra, da uno della terra, da uno di questa nostra umanità, da Giovanni, bensì dall’alto. E’ il Padre che testimonia per lui, per quel Figlio che ha raddrizzato e liberato uno storpio. La testimonianza del Battista era testimonianza ardente di parole. Avviene, con Gesù, che a rendere testimonianza non siano le parole. Gesù non si appella alle parole, ma ai fatti. Non le parole, non le dichiarazioni, ma le opere che lui compie. Non si tratta di dichiarazioni, ma di opere, si tratta di fatti. ”Le opere” dice Gesù “che il Padre mi ha dato di compiere, quelle stesse opere che sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato”. E subito mi si insinua una domanda: che cosa testimonia che io sono un cristiano? Uno potrebbe dire: Il battesimo. Oppure le frequentazioni ecclesiastiche, le dichiarazioni conformi al catechismo. No, è scritto: ”Le opere che il Padre mi ha dato di compiere, quelle testimoniano di me che il Padre mi ha mandato”. Ma è proprio vero che io sto facendo le opere per le quali Dio mi ha mandato, per le quali oggi Dio mi manda, le opere per le quali Dio ogni mattina ci manda? Sono opere di liberazione? Sono opere che rialzano chi è bastonato dalla vita, sono opere luminose? Nel segno di quelle operate da Gesù? Mi si accendono nella mente le parole che nel vangelo seguono immediatamente le beatitudini del monte. Gesù diceva. “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e diano gloria al Padre vostro che è nei cieli”. Le opere, le opere buone. O forse meglio, le opere belle – “ta kalà erga” in greco – : “Vedano le vostre opere belle”. Le opere che hanno la luce delle beatitudini, hanno il sapore della gratuità, il profumo della generosità, nascono dal cuore, nascono dalla purezza delle intenzioni, nascono dall’onestà della vita, nascono dalla mitezza, dalla compassione, dall’amore per la giustizia.


Che la vostra vita – sembra dire l’evangelista – rifletta la bellezza, la luce, della vita di Gesù. Siate scintille di Dio. O per osare l’immagine evocata oggi da Paolo nella lettera ai Corinti: siate il profumo di Cristo nel mondo. Con le vostre opere belle, ispirate al vangelo, siate profumo.

Mi chiedete – immagino – se questo non è sconfinamento di poesia. Vi dirò che sento il pericolo. Solitamente qui, la domenica, veniamo dopo aver vissuto una settimana non esente da problemi e fatiche, che non riguardano solo noi, ma anche la nostra città, e non solo la nostra città, ma anche altre città, riguardano il modo. Siamo fatti spettatori del mondo, e non occhi asciutti! Come dimenticare immagini e immagini? E che cosa vorrà dire fare opere buone, fare opere belle? Nel concreto e non nella astrattezza. Senza estraniarci. Senza rifugiarci nei luoghi comuni, solo perché non siamo toccati da vicino noi. Senza disconoscere la drammaticità della vita e delle situazioni.

E mi dicevo, cambia molto, così almeno mi sembra di capire, a partire da che cosa. A partire da che cosa cerchi una soluzione o, se non altro, un avvio verso una soluzione.

A partire da che cosa? Me lo chiedevo e me lo chiedo con voi. Anche perché veniamo oggi dalla lettura di un brano di Isaia che evoca un momento della storia di Israele tutt’altro che facile, a dir poco preoccupante. E nel piccolo brano due verbi mi colpivano forse perché ripetuti, quasi una percussione, insistenti: ascoltare e guardare. Come ci fosse chiesto di immaginare soluzioni a partire dall’ascoltare e dal guardare. Non senza aver prima ascoltato e guardato.

“Ascoltatemi voi che siete in cerca di giustizia” E, ancora: “Ascoltatemi, attenti, mio popolo; o mia nazione, porgetemi l’orecchio, perché da me uscirà la legge, porrò il mio diritto come luce dei popoli”. Siamo in cerca di giustizia, la giustizia che è il diritto di tutti. Non dimentichiamo di partire dall’aver ascoltato Dio, Gesù e il suo vangelo.

E “guardate”. Certo guardare la situazione, quella che stiamo vivendo: se non si guarda ma ci si lascia guidare dai pregiudizio, non si viene a soluzioni buone. Ma mi colpiva nel brano anche quell’invito a guardare anche a noi stessi, quasi fosse un invito a fare scelte, chiedendoci da dove veniamo, da che cosa siamo stati scavati: “Guardate la roccia da cui siete stati scavati, alla cava da cui siete stati estratti”. Non so se si può interpretare così – perdonatemi se lo faccio –. E’ come se ci venisse detto: voi venite da una roccia santa, dalla roccia che è Dio, tutti veniamo da questa roccia. Che la vita e le soluzioni che cerchiamo siano nel rispetto di questa roccia che sta all’inizio di ciascuno, che fonda la dignità di ciascuno.

E, ancora, “guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito”. Come ci venisse detto: quando fate delle scelte – doveroso farle – ricordate quanto di grande, di bello, di nobile, di onesto, vi è stato tramandato. Ricordate nomi a voi cari. E siate fedeli.


Angelo Casati




Terza domenica di avvento

26 novembre 2017

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