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Un anno intenso tra vocazione e relazione


Dallo scorso settembre le nostre parrocchie hanno visto la presenza di Marco Faggian, seminarista venticinquenne, nativo della parrocchia di Sant’Ambrogio a Inverigo, per il suo anno di tirocinio pastorale. Si tratta di un periodo che alcuni seminaristi scelgono di vivere, trascorrendo sette giorni su sette nella parrocchia o Comunità Pastorale di destinazione, per verificare meglio la propria vocazione; nel suo caso, è caduto tra la III e la IV Teologia, dopo l’anno in cui è stato istituito Lettore.

Ora Marco si appresta a salutarci: la sua esperienza qui è giunta al termine. L’abbiamo quindi avvicinato per farci raccontare da lui come ha vissuto questi mesi così particolari.


Stai per concludere il tuo tirocinio pastorale qui. Con quali aspettative avevi cominciato? Sono state soddisfatte?

Avevo cominciato con l’aspettativa di fare più chiarezza sulla scelta del sacerdozio e di farla grazie anche a relazioni buone, sia con la comunità sia coi preti che mi avrebbero accolto; in tutta libertà, sia per il sì, sia per il cambiamento. Sulle relazioni sono stato decisamente soddisfatto.

Che cosa senti di aver imparato vivendo qui, in particolare abitando nella casa parrocchiale di Maria Madre della Chiesa?

Per parecchi mesi non avevo molta scelta, dato che ho dovuto restare in casa: sia da studente, sia da professore, ho seguito le lezioni al computer. Dalla primavera, invece, sono ripresi sia gli impegni in presenza a scuola sia in oratorio, così da vedersi non per forza dietro il PC.

La vita comune con i preti è stata molto positiva. L’anno scorso ho passato il mese più intenso della pandemia in Seminario, chiuso nella mia camera, poi ho trascorso un mese a casa mia, che è stato strano sia per l’esperienza pastorale sia per il tempo delle vacanze. Condividere gli impegni, ma con qualcuno che ho avuto vicino, con cui parlare e trascorrere del tempo, mi ha fatto bene. Questo è stato possibile perché erano persone con cui mi sono trovato bene, il che non era scontato né obbligatorio.

Qual è l’attività o la collaborazione che ti è venuta più facile? Quale, invece, la più difficile?

Sicuramente, l’ambito della scuola è quello in cui ho speso la maggior parte delle mie energie. Mi è risultato più semplice cercare di condividere con i colleghi, conoscerli e sostenerli, per essere una presenza positiva, ma anche per apprezzare i contributi di altri. Non mi sono limitato a fare il bravo professore, ma ho cercato collaborazione e stima. Chiaramente, non è successo con tutti, ma almeno ho fatto un tentativo.

Hai avuto modo di condividere la tua esperienza con i compagni della tua classe di Seminario, o comunque con quelli a te più vicini?

Istituzionalmente, per fortuna, non esiste un’iniziativa del genere. Con gli amici però ho condiviso le esperienze, più che raccontare nel dettaglio quello che facevo al mattino o al pomeriggio; dicevo come stavo e come stavo vivendo l’esperienza e accettavo consigli.

Infine, cosa ti senti di augurare alla gente delle parrocchie, anzi, del quartiere?

Di vaccinarsi tutti e di vincere alla lotteria! (ride, ndr) Battute a parte, mi è sembrato di vedere in questi mesi che tra la gente del quartiere ci sono alcune persone che collaborano, si conoscono e aiutano, anche essendo molto diverse. Auguro quindi che questa cerchia di persone capaci di mettersi insieme e di fare qualcosa di buono possa allargarsi. Forse non tutti lo sanno, o hanno bisogno di tempo per capire, ma può essere anche il loro posto.

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