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Il suono delle parole



Come suonano le parole?

A volte mi fermo a pensare come suonano le parole.

O, se volete, come si accendono dentro di noi, al di là di come suonano fuori.

Mi è capitato anche a proposito di questa festa che conclude l’annoliturgico. Per qualche breve istante mi sono chiesto se una festa come questa, della regalità di Gesù, racconta meglio di sé con il titolo “Gesù Cristo re dell’universo” o non la racconterebbe meglio con un altri titoli come, per esempio, “un modo diverso di essere re” o, meglio ancora, “Gesù ovvero la rivoluzione dell’immagine di re”. E immagino che voi mi capiate. Perché è appunto su questo, o anche su questo, che si snoda il dialogo, se così lo vogliamo chiamare, tra Gesù e Pilato. Forse dovremmo rileggere le parole pensandole nel contesto inquietante in cui sono pronunciate. Siamo nel pretorio del governatore romano, è l’alba, Gesù viene da una notte che pesa, con tutta la sua drammaticità, sulle sue spalle e sul suo cuore: arrestato nella notte, legato, trascinato nella casa del sommo sacerdote, schiaffeggiato solo perché aveva osato dire che, se volevano sapere del suo insegnamento, lo chiedessero a tutti: lui infatti aveva parlato pubblicamente. Ed eccolo, all’alba lo conducono dal governatore con la richiesta che lo metta a morte, se non lo fa non è amico del Cesare.

E Pilato cerca di capire o forse meglio cerca un espediente per risolvere quello che, per la sua carriera, stava rivelandosi come un macigno, cerca una via di uscita. Si riprende il diritto di interrogarlo personalmente, di interrogare uno che ai suoi occhi appariva tutt’altro che un sovversivo o un facinoroso. Che tipo di re vuole mai diventare questo personaggio che si trova davanti? Lo chiede a lui in tono decisamente dispregiativo: “Sei tu il redei giudei?”. E la domanda si ripete nell’interrogatorio “dunque tu sei re?”: La domanda, quasi a carpire che cosa accenda i sogni di quel profeta, quale passione lo muova? Guardate che la domanda è cruciale, cruciale la risposta. Sono domande e risposte –lasciatemi dire – che cambiano la vita, e non solo del Signore, anche dei discepoli: che cosa è per lui e per noi regnare nella vita? Cruciale! Domande e risposte che cambiano la religione, il modo di pensare Dio, di pensare noi stessi, di pensare gli altri, di pensare la vita. Cambia il modo di vivere, anche il modo di celebrare o di predicare. Sì, perché un certo modo di intendere la regalità, lontano dai modelli mondani, significa la rinuncia a tutto ciò che appartiene a un modo mondano di concepire l’essere re, la rinuncia alle armi, alla sopraffazione, all’ergersi sugli altri, all’incensare se stessi, al dare enfasi alle nostre certezze, all’urlo della predicazione, alla messinscena delle liturgie tentate di imitare quelle del potere, la rinuncia. Per un regno che invece si intravvede in quelle parole: “sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità”. Tu per che cosa sei nato, per che cosa sei venuto al mondo? Lui, per rendere testimonianza alla verità. Che cosa vuol dire, in che senso? “Rendere testimonianza” è un verbo che nella sua radice greca – μαρτυρήσω –ha il sapore


del martirio. La testimonianza di Gesù, la sua verità, sarà la sua morte in croce, il culmine di una vita vissuta come amore: l’amore era la spiegazione di tutta la sua vita

Un antico inno della liturgia canta: “regna vita ligno Deus”, regnò dal legno della croce Dio. Ecco il trono di Dio, vedete la rivoluzione della religione. Noi lo mettiamo sui troni,lui la sua regalità la esibisce sulla croce.

O, se vogliamo riandare alla lettura dal libro di Samuele, la rivoluzione di un Dio che a Davide desideroso di costruirgli un tempio dice la sua preferenza per i giorni in cui non era immobilizzato in un tempio, ma camminava, vagando con il suo popolo, in una tenda, il Dio non del tempio di pietra, ma il Dio delle relazioni.

Dio, dicevamo, non dei troni, ma della croce. Scrive un biblista, mons. Gianantonio Borgonovo: “Il trono di Dio è la croce: Dio non è un re che governa le nazioni con la violenza, la forza, l’intimidazione o la punizione, ma con la fragilità e la debolezza dell’amante. Chi ama è debole e si lascia possedere, si consegna all’amato e alla sua libertà, si lascia tradire ovvero «consegnare» all’altro”.

Nato e venuto – e potremmo aggiungere – morto di croce e risorto “per rendere testimonianza alla verità”, cioè contro la falsità che si è annidata, e può ancora annidarsi, nella religione. Lui apre gli occhi di coloro che credono, insegnando con le parole, ma ancor più con la vita, che non è volontà di Dio che l’uomo sia schiavo, che volontà di Dio è che l’uomo sia salvo, sia libero, sia responsabile, non viva nel terrore ma nella passione di amare.

E’ l’alba nel pretorio. Ma nella notte che l’aveva preceduta lui, il rabbi di Nazaret, aveva dato dimostrazione – perdonate se mi esprimo così – dimostrazione luminosa del suo modo nuovo, inedito, commovente di pensare e inaugurare il regno: erano venuti, con lanterne fiaccole e armi, ad arrestarlo. “Chi cercate”: chiese loro. Gli risposero: “Gesù, il nazareno”. Disse loro: “Sono io”. Li vide indietreggiare, cadere a terra. Alla logica dei regni della terra sarebbe stato conseguente approfittare, irridere, salvarsi. Ma a condurre lui, a spingerlo come una passione, era un’altra logica, quella del suo regno. Disse: “Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano. E l’evangelista commenta: ”perché si adempisse la parola che egli aveva detto: Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato”. La logica del suo regno spinge sino a mettere a rischio se stessi. Perché gli altri siano liberi, perché nessuno si perda. Avere come luce degli occhi la libertà degli altri, la passione per gli altri. A costo di vita e di morte, la libertà altrui guadagnata a prezzo di vita e di morte, il suo regno.

E noi a chiederci se è questa la passione che ci abita, la passione che abita i nostri occhi, la sua passione, quella che con immensa commossa gratitudine abbiamo contemplato in lui, quella per cui preghiamo quando diciamo: “Venga il tuo regno, Signore”. Sì, venga, Signore, il tuo regno. In noi, in mezzo a noi!


Angelo Casati

Gesù Cristo Re dell’universo – 5 novembre2017



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