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Cammino di fede con il cieco nato


Continua in questa quarta domenica di Quaresima il nostro itinerario di fede: con la samaritana prima, poi con Abramo e oggi con un uomo di cui non conosciamo il nome ma solo la triste condizione di cieco dalla nascita. Eppure proprio quest’uomo che non ha mai visto la luce, proprio lui ci accompagna verso il mistero di Gesù, alla scoperta del suo volto; perché la fede non è operazione degli occhi ma è sguardo della coscienza che riconosce nell’uomo Gesù il Signore. Lunga la pagina evangelica e non senza ragione. Come per la Samaritana Gesù non sceglie la via breve, quella di una sua parola, una sola, che avrebbe potuto metter fine ad ogni ricerca, ad ogni domanda. La via lunga che Gesù sceglie, prendendo tempo perché il cieco guarito giunga alla fede, non è sbrigativa, ha bisogno di tanti passi, rispetta l’incertezza di chi va come a tentoni nel buio. Alla apertura degli occhi con un curioso procedimento che sembra quasi magico, l’evangelista dedica scarsa attenzione, se la cava con poche parole. Invece registra con minuziosa cura il successivo percorso: che dalla apertura degli occhi conduce il cieco che non è più tale a riconoscere il suo guaritore e gettandosi ai suoi piedi dire la sua fede in Lui. Anche in questa pagina l’evangelista Giovanni descrive la guarigione come un segno, un gesto che non si esaurisce nell’apertura degli occhi ma conduce ad aprire all’uomo Gesù l’intera esistenza, conduce alla fede in Lui. Fin dalla prima pagina del suo Evangelo Giovanni indica nel conflitto tra la luce e le tenebre, tra fede e incredulità una chiave per leggere il suo Evangelo: “La luce brilla nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno accolta. A coloro che l’hanno accolta è stato donato di diventare figli di Dio”. Mi preme anzitutto richiamare la domanda dei discepoli, una domanda che abita il cuore di tante persone: di fronte alla malattia, in questo caso di fronte alla disabilità, si chiedono se tale condizione sia conseguenza di un peccato. Quanto è difficile sradicare, ancora oggi, questo funesto pregiudizio che carica su persone già dolorosamente segnate da malattia e sofferenza il peso di una colpa. Quanti si chiedono angosciati: “Ma che male ho fatto per esser così duramente punito con questa malattia?”. La parola di Gesù liquida questo pregiudizio duro a morire e ci ricorda che anche nella sofferenza deve risplendere la gloria di Dio. In altre parole anche la sofferenza deve esser luogo di manifestazione della benevolenza di Dio. E poi il breve racconto dell’apertura degli occhi coinvolgendo il cieco nella guarigione: Siloe, la piscina vuol dire Inviato, non è l’acqua di Siloe che guarisce ma è Gesù, l’Inviato di Dio, che guarisce. A questo punto Gesù scompare e il cieco guarito è solo alle prese con la sua nuova condizione che suscita contestazioni e polemiche. E sono proprio le contestazioni che conducono il cieco guarito ad interrogarsi sul suo guaritore. Alla fine riconoscerà Gesù proprio grazie a quanti hanno tentato, invano, di negare la sua guarigione. Il cammino di fede può avanzare anche grazie alle obiezioni, ai dubbi. Ma il cieco non si arrende, anche quando i suoi genitori, impauriti, lo lasciano solo: cresce in lui la consapevolezza del gesto che l’ha guarito e quindi la certezza che quell’uomo forse è un profeta, certamente è da Dio, ha con Dio una singolare relazione, è il Messia e finalmente gettandosi ai suoi piedi lo riconosce come ‘il Signore’. Adesso non solo i suoi occhi vedono la luce del sole ma in lui si è aperto uno sguardo che riconosce nell’uomo Gesù il Signore. Possiamo dire che il cammino della fede può essere, paradossalmente, aiutato da quanti con il loro scetticismo, le loro obiezioni tentano di demolirlo. Così è stato per il cieco, uomo senza nome che tutti ci rappresenta. (Qui termina il testo che la nostra liturgia ci propone. Ma la pagina di Giovanni ha una conclusione che è stata omessa e che invece è preziosa. Mi sembra doveroso rispettare l’intero testo di Giovanni e in particolare la conclusione). Accanto al cieco che ha ritrovato la luce vi è un gruppo di persone che pur avendo buona vista sono nell’oscurità. Sono i farisei, persuasi di veder bene, di non aver bisogno di alcuna luce. È la presunzione dell’uomo che ritiene di bastare a se stesso e di non aver bisogno di nessuna illuminazione. La pagina del cieco nato ci dice invece che se non riconosciamo in Gesù il Signore siamo come ciechi. Parola difficile questa per noi che riconosciamo la nostra ragione come luce per la conoscenza del mondo. Ma questa ragione e la sua luce non bastano. Riconosciamo invece:

Il Signore è mia luce e mia salvezza di chi avrò paura? (Sal 27,1)

Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 118,105).


Giuseppe Grampa


Es 33, 7-11°

1Ts 4,1b-12

Gv 9, 1-38b

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