Le riflessioni dei nostri adolescenti durante il Triduo Pasquale
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- 2 giorni fa
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Il nostro Gruppo Adolescenti ha vissuto in maniera intensa i giorni del Triduo Pasquale, tra momenti in oratorio, celebrazioni in chiesa e una visita al Museo Diocesano per ammirare la Crocifissione di Hans Memling.
Ecco le riflessioni emerse dai ragazzi in quei giorni.
Giovedì Santo
La riflessione di oggi è partita dal gesto della lavanda dei piedi, nel contesto del Giovedì Santo. Un gesto che, a prima vista, può sembrare strano, quasi imbarazzante o persino umiliante: lavare i piedi a qualcuno è qualcosa che molti di noi farebbero fatica ad accettare, sia nel farlo che nel riceverlo. E infatti anche tra di noi sono emerse reazioni diverse: chi prova disagio, chi lo rifiuterebbe, chi forse si forzerebbe riconoscendone il valore.
Eppure, proprio qui sta il punto: la lavanda dei piedi non è tanto un gesto da imitare alla lettera, ma un simbolo. È il segno di uno stile, di un modo di stare con gli altri. Gesù, con questo gesto, ci mostra un amore concreto, fatto di servizio umile e quotidiano.
Questo ci porta a interrogarci su come viviamo noi il servizio. Spesso siamo attratti dalle grandi occasioni, da ciò che si vede, ma rischiamo di dimenticare chi ci è vicino. Che senso ha aiutare chi è lontano, se poi non siamo capaci di prenderci cura delle persone che abbiamo accanto ogni giorno?
Il servizio autentico parte proprio da lì: dalla quotidianità, dalle relazioni più semplici e anche più faticose. È nello sguardo che diamo ai nostri genitori, nel modo in cui stiamo a tavola, nell’attenzione verso gli altri, che si misura davvero la nostra capacità di amare.
In questo senso entra anche il tema delle “maschere”. A volte, proprio nelle relazioni più vicine, facciamo più fatica a essere noi stessi. Indossiamo maschere, cambiamo atteggiamento. Il gesto della lavanda dei piedi, invece, ci invita a un amore autentico, senza finzioni.
Forse allora la domanda che possiamo portarci a casa è questa: sono disposto a “lavare i piedi” a chi mi sta accanto? Non in modo letterale, ma nella concretezza di ogni giorno. Perché è proprio lì, nelle cose piccole e vicine, che si gioca tutto.
Venerdì Santo, dopo la visita al Museo Diocesano
Essere vicini alla sofferenza significa soffrire insieme. Per noi la croce è la manifestazione concreta del dolore umano, sia fisico che interiore: un dolore che inchioda, che blocca, che sembra impedirci di muoverci.
Ma la croce è anche il segno di un sacrificio immenso, fatto per amore. Gesù ha donato la sua vita per noi. E proprio quando nasce il dolore, nasce dentro di noi una consapevolezza profonda: abbiamo bisogno di amore per attraversarlo e superarlo.
Così la croce diventa simbolo di dolore, ma anche di amore smisurato e di speranza, perché rappresenta il passaggio dal male al bene, dalla morte all’amore autentico. La luce ritorna nel momento in cui troviamo qualcuno pronto ad aprire le braccia e accoglierci: in quell’abbraccio, le nubi della croce si dissolvono e torna la luce.

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