In ritiro ai Ronchetti, per capire cosa nutre davvero la vita
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Il ritiro decanale che si è tenuto lo scorso 14 febbraio nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo ai Tre Ronchetti, intitolato «Non di solo pane», ha rappresentato un’occasione per capire che la vita non dipende da ciò che è materiale, ma dalle relazioni che si formano tra le persone.
I membri della nostra Diaconia, ciascuno con le proprie competenze e inclinazioni personali, hanno guidato i cinquanta partecipanti, provenienti da gran parte del nostro Decanato Navigli (per metà della giornata è stato presente anche il nostro Decano, nonché responsabile della Comunità pastorale Padre Nostro, don Davide Milanesi), in un percorso sulla cosiddetta sezione dei pani nel Vangelo di Marco, con qualche riferimento ai passi paralleli negli altri Vangeli, soprattutto a quello di Giovanni.
Il primo momento, che si è svolto al mattino, ha visto don Paolo iniziare con un rapido riferimento ai passi dell’Antico Testamento dove il pane è presente come segno di abbondanza e di fraternità. Vale soprattutto per la storia di Giuseppe, che finisce in Egitto dove c’è pane, mentre i fratelli vivono nella carestia, ma anche nel segno della manna nel deserto, che viene frainteso e accaparrato quando invece è un richiamo ad affidarsi a Dio.
Quanto al testo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, episodio narrato in tutti i Vangeli, don Paolo ha richiamato che l’assenza del pane rimanda a qualcosa di necessario e che di fronte a questa mancanza, nonché alla sproporzione tra essa e le risorse a disposizione, Gesù invita i discepoli a far sedere la folla: il miracolo avviene quando s’inizia a condividere.
Nella seconda parte della mattina, invece, don Davide ha ripercorso quasi versetto per versetto i capitoli 6 e 7 del Vangelo di Marco, ricordando che le «pecore che non hanno pastore» che suscitano la compassione di Gesù sono le persone che non sanno da cosa dipende la loro vita, compresi i discepoli, i quali, come racconta il successivo episodio della tempesta sedata, non avevano capito il miracolo a cui avevano preso parte.
Quegli stessi capitoli rappresentano però anche una svolta nella predicazione di Gesù, che inizialmente è rivolta a Israele (ne sono segno le dodici ceste avanzate dalla moltiplicazione dei pani e dei pesci), ma poi si estende alle nazioni considerate pagane (a esse rimandano le sette ceste della seconda moltiplicazione). Questo avviene, anche per lui, attraverso l’incontro con l’altro, ovvero con la donna siro-fenicia che, per la sua fede, ottiene la guarigione della figlia. Anche le Assemblee sinodali decanali, ha commentato don Davide, funzionano in questa maniera: attraverso il dialogo con gli altri, le nostre comunità capiscono la loro essenza.
La meditazione è proseguita dopo il pranzo, attraverso gli interventi degli altri membri della Diaconia. Silvia ha fatto suo il personaggio della donna siro-fenicia, abituata ai “no” ma determinata a ottenere il bene per sua figlia, mentre Gabriele si è identificato nell’uomo sordo e muto, a cui Gesù concede di entrare pienamente in relazione con chi lo circondava. Infine, Glâucia ha presentato la “celebrazione per una Chiesa dalle genti”, la Messa che, una volta al mese, le comunità etniche presenti nel nostro territorio celebrano a Maria Madre della Chiesa: è un’esperienza nata anch’essa da un incontro, quello con la signora Clarencia, da poco arrivata da noi.
A concludere l’intensa giornata, un momento prolungato di Adorazione eucaristica, con brevi interventi, invocazioni e preghiere spontanee. Quanto Glâucia ha affermato nella sua preghiera ad alta voce vale quasi come un sigillo su tutte le parole ascoltate e scambiate e sugli incontri vecchi e nuovi con altri fratelli e sorelle che non vivono troppo lontano da noi: «La celebrazione è un segno di ciò che già siamo: figli e fratelli, uniti da un solo Pane». La consegna di una fetta di pane, ricavata da una sola pagnotta, ha concluso la preghiera e la giornata di ritiro.
Emilia Flocchini

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