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Il convito e l'abito


La pagina evangelica di questa domenica risulta chiaramente dalla unione di due testi, due parabole accostate: la prima costruita attorno al simbolo del convito di nozze, la seconda al simbolo dell'abito di nozze.

Il simbolo del convito è immediatamente eloquente, è simbolo universale. Prendere parte ad un banchetto vuol dire ben più che nutrirsi, è gesto carico di significati: convivialità, amicizia, festa, comunione tra le persone. Non stupisce allora che in tutte le tradizioni religiose il pasto preso insieme sia simbolo espressivo della comunione degli uomini con Dio, simbolo del nostro destino.

Anche nella fede cristiana il gesto decisivo e più significativo è un convito, un pasto rituale espressivo della convivialità umana e della comunione con Dio. Il gesto compiamo partecipando alla cena del Signore.

La parabola odierna adopera questo simbolo per indicare l'intenzione di Dio di convocare tutta l'umanità ad una festa eterna. Tutta l'umanità. Certo, i primi destinatari non hanno accolto l'invito ma i doni di Dio sono senza pentimento e quindi altri vengono invitati, anzi tutta l'umanità con un gesto di sconfinata larghezza. Buoni e cattivi, belli e brutti, anche l'ultimo e malconcio rottame umano è raggiunto dall'invito: vieni anche tu alla festa. Questo è l'Evangelo, la gioia dell'Evangelo.

I discepoli di Gesù hanno consapevolezza di dover essere anzitutto portatori di questo lieto annuncio: Dio viene e ci chiama, vuole sottrarci all'isolamento per convocarci nel suo popolo nel convito del suo Regno.

Prima di qualsiasi precetto morale, prima dei comandi e dei divieti, prima di ogni altra parola deve risuonare l'invito alla gioia dell'Evangelo. Perché la sala sia stracolma e sia festa per tutti.

La prima parabola si ferma qui, sulla soglia della sala affollata da una umanità che nonostante le fatiche e le brutture che ne sfigurano il volto è ormai chiamata alla gioia della comunione con Dio. Sarebbe bello fermarsi qui, sulla soglia della sala e godere la gioia che dilaga tra tutti i commensali.

Ma alla prima parabola e segue una seconda francamente spiacevole che ne guasta il clima festoso.

Questa seconda parabola si concentra attorno al simbolo dell'abito per la festa. Anche questo è un simbolo universale: abbiamo abiti diversi per le diverse circostanze della vita, abiti da lavoro, abiti da cerimonia, abiti casual per le occasioni informali. Il nostro modo di vestire parla di noi, esprime i nostri intimi sentimenti.

Ricordo un giorno di 63 anni fa quando davanti all'altare della mia chiesa mi tolsi la giacca e indossai la lunga veste nera. E ricordo le parole che accompagnavano quel gesto: Ti sei spogliato dell'uomo vecchio e ti sei rivestito dell'uomo nuovo. Così iniziavo il cammino verso il sacerdozio. Valore simbolico della veste che dice la condizione interiore dell'uomo, manifesta il suo cuore. Allora non si può stare nella sala del banchetto senza l'abito della festa, se il cuore non è vestito di gioia.

Notiamo il trapasso dalla prima alla seconda parabola, dal primo al secondo simbolo, dall'invito al banchetto all'abito adeguato per la festa. L'accostamento di queste due parabole indica la progressiva presa di coscienza da parte della comunità cristiana: essa deve anzitutto diffondere a tutti il lieto annuncio, l'appello alla comunione festosa con Dio, ma al tempo stesso farsi guida e maestra che indica gli atteggiamenti, i comportamenti, appunto gli abiti degni di questa lieta comunione con Dio.



Giuseppe Grampa



IV DOMENICA DOPO PENTECOSTE

Gen 18,17-21; 19,1.12-13.15.23-29;

1Cor 6,9-12

Mt 22,1-14



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