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Cercandone le orme.


“Fu condotto dallo spirito nel deserto”. E lui, Gesù, si lasciò condurre. Sì, perché allo Spirito che spinge verso il deserto si può anche opporre resistenza. E nasce proprio da qui la prima domanda per la mia quaresima: se ho il desiderio, la determinazione, il coraggio di lasciarmi condurre nel deserto.

Voi sapete che nel cuore degli Israeliti il deserto evocava i giorni dell’uscita dalla schiavitù d’Egitto, un grido di indipendenza dal faraone, un cammino verso la libertà. Devo allora dire a me stesso che non sarà quaresima, la mia, se non avrò il coraggio di dare a questo tempo momenti di deserto, cioè un indugio in qualche spazio di silenzio. Non importa dove o quando, ma che sia uno stare faccia a faccia con me stesso e con Dio. Per un’urgenza di sincerità. E come dunque non pregare perché possiamo avere il coraggio di uscire dalla tirannia? Anche dalla tirannia delle nostre immobilità, questo immobile stare in quello che sono o in quello che ho sempre fatto, dando credito invece alla possibilità della conversione, parola che allude alla possibilità, mai chiusa, di invertire o, se non altro, di correggere la rotta.

E’ possibile, mi chiedo, sarà possibile? Oppure niente più mi schioda, perché alla mia età mi ritengo ormai argilla indurita, impermeabile al tocco di qualsiasi mano?

Il brano di un lontano discepolo di Isaia oggi disegnava davanti agli occhi una speranza. Tra parola e parola ci faceva intravedere un Dio che a sua volta si converte, e, meno male che si converte! All’inizio della mia conversione, di un possibile mio cambiamento, sta infatti la conversione di Dio: “Io” dice Dio “non voglio contendere sempre né per sempre essere adirato; altrimenti davanti a me verrebbe meno lo spirito e il soffio vitale che ho creato”. Tenero questo Dio che mi guarda, scombinato come sono, e pensa: “se mi lascio prendere dall’ira, finisce che lo distruggo, e così distruggo una creatura in cui riposa il mio spirito, finisce che distruggo il mio stesso soffio di vita”.

Dunque la mia quaresima nasce dalla notizia buona che Dio per il primo crede, crede sia possibile per me cambiare. Purché, ecco il punto, non sia una conversione, un cambiamento, solo di facciata. E proprio a questo proposito, Dio, diremmo, usa parole forti, invita il profeta a gridare a squarciagola, a non avere riguardo, ad alzare la voce come il corno. Perché che cosa sta succedendo? Sta succedendo che gli israeliti danno a vedere di cercare ogni giorno Dio, come fossero un popolo che pratichi la giustizia, sembrano comportarsi correttamente, ma poi non agiscono come proclamano. Anzi il profeta sembra recensire le obiezioni di queste persone in apparenza, solo in apparenza, religiose, dicono: “Abbiamo digiunato e tu non l’hai notato? Ci siamo mortificati e manco te ne accorgi?”. Dura, senza reticenze, la risposta di Dio: “Ecco nel vostro digiuno curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco voi digiunate fra litigi e alterchi”.

L’appello di Dio è a uscire. A uscire da una religione di facciata, una religione che, con riti e pratiche di digiuno, finisce per coprire la violazione del diritto, una religione che sorvola sull’insensibilità che porta a perseguire i propri affari senza guardare in faccia a nessuno, una religione che non si chiede conto della conflittualità e degli alterchi che minano quotidianamente la convivenza civile e religiosa.

Dure sembrano le parole del profeta. Infatti, se ben ci pensiamo, la religione dell’ipocrisia è la più pericolosa, perché ci rende impermeabili al cambiamento, nascondendosi dietro immagini apparentemente alte, solenne, di prestigio, ma vuote. Esercizio della quaresima,

esercizio di autenticità, sarebbe nel silenzio smascherare ogni forma di ipocrisia che si annida nella nostra vita.

Un esercizio che la chiesa ci propone di fare al seguito di Gesù, lui pure tentato. E non solo per quaranta giorni: voi sapete infatti che il numero quaranta è numero che dice la vita, e dunque queste tentazioni, che Matteo qui raduna, costruendo un mirabile racconto, furono le tentazioni della vita tutta di Gesù e della vita di ciascuno di noi.

La tentazione del pane, un pane non per vie comuni: il desiderio dunque di non stare nelle vie comuni, quelle per le quali, se hai bisogno di pane, te lo procuri come fanno tutti, lo sudi come tutti. No, le cose te le vuoi procurare sfruttando posizioni, appoggi, conoscenze. Forse poteremmo dire “fuori dalla legalità”, fuori dalle vie che sono le vie di tutti. Non so se cogliamo quanto drammaticamente attuali siano le seduzioni raccontate da Matteo.

E poi la seduzione del pinnacolo: ti getti, gli angeli ti si sostengono. Non ci pensare, dunque, ci pensano loro, cioè le dimissioni dal dovere, che è tuo. Il dovere di pensare, di scoprire, di operare: tu davanti alle tue responsabilità. E invece no, hai dato le dimissioni, ci penserà Dio, ci penseranno gli altri. Sfuggi alla responsabilità. Anche questo, se non erro, un male del nostro tempo: di una società in cui nessuno è più responsabile di niente. E se non c’è un controllore, non c’è nulla che tenga: non tiene più la coscienza.

E vengo a sfiorare l’ultima tentazione, quella dell’idolatria: “tutto avrai se ti metti in ginocchio davanti a me”. Pensate i nuovi faraoni, che ci rubano l’anima. Ci comprano con la fascinazione del denaro, della ricchezza, con il fascino triste, pallido della carriera. E noi nel rischio di adorare potere, denaro, successo. E il vuoto, vuoto nell’aria, vuoto in umanità, vuoto in convivenza.

Gesù risponde, vince, con la parola di Dio. Facciamo posto alla parola di Dio in questi giorni, cominciando da noi stessi, chiedendo a noi stessi questo coraggioso libero e liberante confronto con la parola di Dio. Sicuri che l’esito sarà, per grazia, un altro. Quello, a mio avviso, alluso nell’ultimo versetto del racconto di Matteo. Dove è scritto che di fronte all’opposizione, senza se e senza ma, di Gesù, “il diavolo lo lasciò ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano”. Sembra di intravvedere, non so se sbaglio, uno squarcio di rara, emozionante bellezza: la vittoria della libertà. Altro che quaresima tempo triste!

Cominciamo dunque da noi stessi.

E ci sia dato respirare la libertà di Gesù, che abbiamo contemplata in tutta la sua franchezza e bellezza all’inizio della quaresima. Ora ce ne andiamo. Cercandone le orme.


Angelo Casati


Prima domenica di Quaresima – 18 febbraio 2018



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