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Sei verbi per il pastore e il gregge

Le pecore ascoltano e seguono. Ma anzitutto ascoltano.

Notissima è l'immagine di Gesù buon pastore. Notissima anche se ormai sempre più distante dalla nostra cultura che ha perduto ogni riferimento al mondo agro-pastorale. I nostri bambini nati e cresciuti in città rischiano di non vedere mai un gregge e un pastore. Anzi questa immagine può evocare una relazione non particolarmente apprezzabile. Pecore e più ancora gregge sono sinonimi di passività, di relazione gregaria niente affatto consapevole, responsabile. Così l'immagine della Chiesa-gregge può risultare sgradita alla nostra sensibilità che non sopporta le situazioni di conformismo passivo. Dobbiamo allora lasciar cadere questa antichissima immagine? Proviamo a leggerla invece attraverso i verbi contenuti nel breve testo odierno. Scopriremo che la relazione tra il pastore e il gregge non ha nulla di passivo, al contrario.

In questo breve testo decisivi sono sei verbi: due per le pecore, due per il pastore e infine due per la qualità della relazione pastore-pecore.

Le pecore ascoltano e seguono. Ma anzitutto ascoltano. Singolare verbo per qualificare degli animali. Il verbo ascoltare è decisivo nella tradizione ebraica. La più importante preghiera che il pio ebreo ripeteva e ripete inizia proprio con questo imperativo: Ascolta Israele. L'ascolto è apertura e disponibilità verso l'altro, l'ascolto è relazione attiva e consapevole. Queste pecore che ascoltano sono pecore intelligenti! E seguono. Anche questo verbo nel linguaggio evangelico non indica solo l'andar dietro ma piuttosto la decisione di diventare discepoli, di mettere tutt'intera la vita nelle mani del Maestro, il Signore Gesù. Ascoltare e seguire: la fede, la vita cristiana il seguire il Signore non è gesto conformista, dettato dall'abitudine, dal costume, ma è scelta, decisione che nasce dall'apertura dell'intelligenza e del cuore, dall'ascolto appunto.

E il Pastore conosce le sue pecore e dà loro la vita eterna. Il pastore conosce: e anche questo è un verbo importante nel linguaggio della Bibbia. Sappiamo che indica una relazione che non si limita alla sfera intellettuale ma che coinvolge integralmente le persone: intelligenza, cuore e corpo. La stessa relazione d'amore dell'uomo e della donna è detta conoscenza. Il pastore conosce e dà la vita. Una conoscenza che è coinvolgimento integrale, senza riserve, senza misura. Alla luce di questi verbi proviamo a pensare alla nostra appartenenza alla Chiesa. Una appartenenza che per molti è problematica, difficile… Si appartiene alla Chiesa, al gregge evangelico, solo in forza di una intima reciprocità, si sta dentro la Chiesa non come in una organizzazione ma come in un legame di affidamento intelligente e di amore consapevole. Questi quattro verbi non disegnano forse una relazione di reciprocità tra pecore e pastore? Quella reciprocità che costituisce l'alleanza di Dio con l'umanità: Io sarò il vostro Dio e voi il mio popolo. Quella reciprocità che si donano l'uomo e la donna quando si promettono: Io ti accolgo come mio sposo, come mia sposa nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia finchè la morte non ci separi.

Gli ultimi due verbi dicono la qualità singolare di questa relazione di reciprocità: non verrà mai meno, non andrà perduta in eterno e nessuno ci strapperà dalle mani affidabili del pastore. Spesso la fede popolare esprime questa certezza con una suggestiva espressione: Siamo nelle mani di Dio. E Gesù dice: nessuno può strappare dalla mia mano. Davvero siamo in buone mani.


Giuseppe Grampa


IV DOMENICA DI PASQUA At 20, 7-12

1Tm 4, 12-16

Gv 10, 27-30

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