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L’ingresso: non una meta ma una tappa di passaggio.


Mi hanno sempre colpito del racconto che abbiamo appena ascoltato gli elementi di assoluta provvisorietà , quasi di precarietà. E così di tutta questa domenica che cade a sei giorni dalla Pasqua. Le voci di osanna che si trasformeranno in urla feroci e violente; un trionfo che diventerà solitudine e morte, fra le più infamanti. L’ingresso a Gerusalemme non è una meta ma una tappa di passaggio che però Gesù vuole vivere.

È la conquista di un cammino che segnato dalla debolezza e dalla piccolezza, scelta accurata perché sa che Dio parla attraverso il linguaggio del fallimento e del nascondimento. Ecco perché decide di incarnare la pagina di Zaccaria e cavalca un asinello. Non asseconda mai, nemmeno per un attimo, la logica del potere e dell’apparenza. Forse chi gli è accanto, e aspetta da un attimo all’altro la rivoluzione e il riscatto violento dall’oppressione e dal male, rimane spiazzato, abituato a vedere ben altri cortei trionfali sfilare alle porte di Gerusalemme soprattutto nei giorni di Pasqua.

Entra nella città. Non si tira indietro, non si ritira dalla mischia, decide di stare dove l’uomo vive, lo salva dove viene cucita la trama della sua vita.

Entrare significa attraversare ma non tanto da un punto al suo estremo quanto piuttosto dall’alto al basso, scendere nella sua profondità. A Gerusalemme Gesù scorge storie di santità ordinaria, sfiora con la sua presenza quella di uomini e donne che cercano di vivere la Parola, piccoli che non hanno tradito l’Alleanza, vite spesso ordinarie, racconti che non fanno cronaca ma che spandono il buon profumo del Vangelo, fedeli alla vocazione degli inizi, capaci di incarnare le attese e le sofferenze di un popolo intero.

Gesù però incontra anche nodi di peccato, umanità ferita e chiusa su se stessa, memorie ferite, tensioni da stemperare e da riconciliare, comunque figli da incontrare e sui cui poggiare la mano della tenerezza del Padre.

E infine Gesù attraversa scenari di ipocrisia, passa anche in mezzo a chi dice di essere depositario del sapere, interprete del volere di Dio, custode della Parola e della Legge ma che non si interroga più, ha sclerotizzato la sua fede, non la trasforma in carità, nel suo cuore si è affievolita la domanda. orse erano lì su quella strada, anche loro pronti ad acclamare presi dall’entusiasmo per poi giudicare oppure spiavano dalle loro postazioni ben arroccate per non prendere parte fino in fondo, abituati sempre a non mettersi mai in gioco. Entrare nella città però è stato per Gesù anche l’obbligo di essere coerente alla sua vocazione di scendere in mezzo alla sua gente, di essere proprio come loro, mai al di sopra, di assecondare l’esigenza di farsi parte di un popolo, di profumare di popolo, di ascoltare un grido e di essere lì, incarnato, di esserci all’indicativo presente!

A Gerusalemme Gesù lancia la sfida al potere, non teme di andargli incontro, non ha paura di gettare luce nell’incoerenza e nella distorsione politica e religiosa del suo tempo. Sa che quell’ingresso è una sfida a chi già gli aveva lanciato l’intimidazione e voleva che cambiasse rotta, direzione, che rientrasse nei ranghi del sistema, che smettesse di incarnare un annuncio rivoluzionario di amore a Dio e al povero. Così scriveva mons. Romero “Uno non deve mai amarsi al punto da evitare ogni possibile rischio di morte che la storia gli pone davanti. Chi cerca in tutti i modi di evitare un simile pericolo, ha già perso la propria vita”.

E infine nella città rimane protagonista nel cappio dei tradimenti: dà la sua vita per amore, scardina la violenza con il linguaggio del servizio e del perdono.

1 Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte. Così fan tutti, tutti, cristiani e pagani.

2 Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

3 Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, sazia il corpo e l’anima del suo pane, muore in croce per cristiani e pagani e a questi e a quelli perdona.

La liturgia durante la settimana autentica gioca su un doppio livello di prospettiva.

Quella storica e quella sintetica di chi sa che il Signore è già risorto e che la sua croce è strumento di riconciliazione e punto di inizio di un modo nuovo di intendere Dio e l’umanità.

Sentiamo che Gesù sta bussando alla porta della nostra città e desidera attraversarla.

Non teme i confini, li valica e si posiziona dove anche l’uomo di oggi soffre e la sua dignità viene calpestata

Non teme i nostri confini, valica anche le zone d’ombra del nostro cuore e lo fa gettando una luce di verità ma perché possiamo scegliere di dargli la mano.

Ti dice che anche tu sei chiamato a incarnarti come ha fatto lui, chiamato ad attraversare la città con il suo stesso stile. Ma al solo prezzo di farti spettatore della sua Pasqua.


Don Giovanni

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