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Il respiro che dà vita: gli incontri (trascrizione dell'appuntamento del 3 dicembre 2020)


Don Alfredo: La prova della pandemia ci sta restituendo una consapevolezza nuova eppure antica a riguardo dell’importanza delle relazioni per la nostra vita. Il dramma di coloro che muoiono soli, senza i propri cari, negli ospedali e nelle case di riposo ci scuote e ci chiede di dare valore, cioè tempo e premure, agli incontri coi famigliari, i vicini, gli amici.


Paradossalmente le attenzioni di distanziamento sono illuminanti sulle tante, troppe, distanze che segnano le nostre vite: ferite che sanguinano e rancori che covano da lungo tempo, anziché involuzioni generate da indifferenze, incomprensioni, giudizi o preguidizi, apparentemente insanabili. Sono esempi delle estreme conseguenze dell’individualismo esasperato che segna il nostro tempo e la nostra vita.

La Sacra Scrittura, anche in giorni così, si conferma come la grammatica necessaria per leggere in profondità ciò che il Signore sta dicendoci. La vogliamo ascoltare anche oggi nel Vangelo e in tre racconti semplici tratti dalla quotidianità.


Marco DAL VANGELO DI LUCA 1,39-45

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.

Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto”.

Sr Maria Angela: Ascoltiamo questo brano per illuminare l’esperienza degli incontri, che sono la croce e la delizia delle nostre giornate.

In quei giorni= sono per Maria i giorni della fede nella Parola che l’angelo le aveva rivolto nell’annunciazione; sono i giorni della decisione di rimanere nella Parola ascoltata. Sono anche i giorni di una solitudine greve (a chi confidare un tale evento?); sono i giorni del bisogno di comprendere che Maria ha rispetto a quanto le è accaduto e dell’incomprensione di chi le sta attorno (chi può comprendere un fatto così fuori dal comune?); sono i giorni dell’attesa di una compagnia vicina e comprensiva… In questi giorni, appunto, Maria…

Andò…verso la regione montuosa= un cammino lungo, parecchi chilometri, una distanza fisica… una distanza che Maria vive dentro di sé, la distanza di un’immensa solitudine, di una profonda incomprensione. Immagino che abbia sentito su di sé le critiche per questo suo andare quando mancava poco tempo alle nozze con Giuseppe (“Rimani a casa e cuci il corredo”; “Dai dicci chi è il padre del bambino, su… L’angelo, Dio?… ma non dirne più!”). Un peso non facile da affrontare, un percorso in salita… come la montagna che percorre. C’è di che sentirsi togliere il respiro.

Entra nella casa di Zaccaria… saluta… e appena Elisabetta ebbe udito il saluto…= entra Maria in una casa, disponibile ad un incontro. Saluta Maria, pronuncia una parola che la fa sentire presente all’altro, nella condizione in cui l’altro è. Sì perché, per Maria, rendersi disponibile all’incontro è entrare in una casa che non è la sua, in una storia fatta di bene e di limite che non è la sua, in un modo di stare al mondo diverso dal suo, in una sensibilità che è quella di chi incontra e non la sua. E questo dire ad Elisabetta: “Sono qui da te” dà un respiro di vita ad Elisabetta. Anche lei è rimasta per alcuni mesi nascosta in una sorta di solitudine: prima la vergogna della sterilità (assenza di benedizione) poi una maternità avanti negli anni… a chi la spiego? Come la spiego?

Un incontro tra due donne: ciascuna porta in sé un segreto, per certi versi incomunicabile; ognuna di esse cerca aiuto per sé prima ancora di provare il desiderio di aiutare l’altra… e sappiamo quanto non sia facile accettare di mostrarsi bisognosi di un aiuto.

…Elisabetta fu colmata di Spirito Santo… Benedetta tu…= un incontro, un saluto… una benedizione. Circola la vita di Dio che dice bene dell’uomo, la Promessa di Dio salta fuori, trabocca, prende carne… non è già un’anticipazione del Natale? L’azione del Dio della vita prende un nome sia per Maria che finalmente si sente compresa, accolta, riconosciuta, amata e può comprendersi… sia per Elisabetta che può uscire dalla sua vergogna e riconoscersi degna della visita di Dio che Maria le porta. E tutto questo grazie ad un incontro.

E beata colei che ha creduto nell’adempimento…= in un incontro di due donne ugualmente bisognose e fragili ma disponibili a incontrarsi, a mettersi in gioco, a raccontarsi, a mettersi a nudo, a farsi aiutare, si compie il Vangelo, affiora la Bellezza che abita entrambe, dialoga il Bene di cui sono portatrici nella loro creaturalità.

Rimanere nell’incontro, fa ritrovare a ciascuna la speranza di una Promessa che già abita la loro esistenza ma che senza l’altra non avrebbero potuto riconoscere e chiamare per nome.

Ambedue dovranno continuare ad affrontare il quotidiano esigente, rispondere all’opinione pubblica circa il loro stato, ascoltare giudizi su loro stesse da togliere il fiato, portare la responsabilità di due figli non comuni…

…ma l’essersi reciprocamente incontrate e aver dato il nome alla Promessa di cui sono portatrici, metterà loro le ali, sarà il respiro di vita a cui ritornare.


Racconti Marco: Non trovo facile avere a che fare con Dio: quando provo a rendermi disponibile per incontrarlo, devo sempre fare i conti con la tentazione di nascondere o tralasciare le mie parti di cui più mi vergogno o che comunque penso non siano un bello spettacolo da potergli offrire: le mie stanchezze, mancanze, paure, vergogne, sbagli. Grazie a Dio qualche volta supero questo finto pudore, mi riconosco uomo sì peccatore, ma anche bisognoso, mi scopro figlio amato e subito in me si risveglia una vita nuova. È lo stesso che succede a Elisabetta accogliendo il saluto di Maria, è lo stesso che mi succede quando incontro altre persone, anche se online o solo per telefono. Certo sono strumenti non abituali, ma più che essere causa dell’impossibilità di vivere un incontro con gli altri, per me soprattutto mettono a nudo limiti palesi che ho io nella capacità di accogliere, ascoltare, prendermi cura e lasciarmi incontrare. Ma c’è una possibilità buona, con gli altri come con Dio, che passa dall’essere disponibile a lasciarmi incontrare per (quello che) chi sono e non per (quello che) chi vorrei essere, così come incontrare il prossimo per chi lui è, e non per chi vorrei lui/lei fosse. È un esercizio faticoso, ma la Parola di Dio mi aiuta, attraverso qualche pagina dei Vangeli e attraverso buoni e sinceri testimoni di misericordia. Don Alfredo: Da oltre 30 anni seguo la catechesi dei bambini che si preparano a prima comunione e cresima e con le catechiste ho spesso proposto gesti di carità per far scoprire la gioia di servire e donare che è la vera gioia cristiana. Qualche sera fa dopo messa a San Barnaba incontro una giovane mamma con una figlia: portavano tè caldo a un senzatetto sdraiato sul marciapiede di via Feraboli. Avevano chiesto a don Giovanni di accompagnarle, per via della lingua da tradurre, ma hanno usato il linguaggio universale della carità e con guanti e mascherina hanno alleggerito un poco il suo disagio. Certo un tè non cambia la vita e non risolve i problemi, ma scalda il cuore perché riconsegna in un semplice gesto, uno sguardo e poche parole, la dignità della persona che, a differenza di tanti altri, questa mamma e figlia hanno riconosciuto. Ho pensato a quanto sono vere le parole di papa Francesco sul fare l’elemosina guardando negli occhi, chiamando per nome e toccando le mani di chi riceve, perché sia un incontro tra persone e non l’osservanza di un precetto da sbrigare frettolosamente. E ho pensato al valore educativo di quel gesto compiuto insieme, mamma e figlia. Le ho immaginate a casa: chi delle due avrà avuto l’idea? e poi insieme a preparare il tè e uscire. Davvero la famiglia è il luogo decisivo dell’educazione alla fede. Quando la preghiera, l’ascolto della Parola, la partecipazione alla messa domenicale e la carità non diventano habitus, stile della vita, rischiano di diventare come vestiti logori da dismettere e non dimensione vitale della nostra esistenza. Questo tempo, di forzati periodi da vivere in casa, sia occasione per vivere in famiglia i gesti e le parole di cui tutti abbiamo bisogno per vivere come figli di Dio, “fratelli tutti”. Sr Maria Angela: Nel tempo del distanziamento e delle mascherine che rendono più difficile comprendersi, in comunità facciamo l’esperienza di incontrarci. Non è sempre un incontro che subito dà respiro, a volte lo toglie, perché ciascuna è un mondo, una storia, una sensibilità, ciascuna porta in sé punti di forza e di debolezza. Qualcuna in questo tempo è più provata di altre per via delle rinunce che questa situazione impone. Mi commuovo però ogni volta che, dopo una palese incomprensione creata da un modo di fare che mette in difficoltà l’altra, che crea distanza, chi può… prende l’iniziativa per dire: “Dai, siediti qui che proviamo a parlarci”. L’iniziativa viene colta non senza trepidazione (l’incontro è sempre una sfida che può mettermi a nudo e non è facile scoprire davanti agli altri le proprie fragilità, il proprio bisogno) ma, in genere, sia chi invita al chiarimento che la sorella che risponde all’invito, ci rendiamo disponibili all’incontro, a metterci in gioco nella verità, a raccontarci, a spiegarci a partire dalla vita che portiamo dentro… E si colmano le distanze, si calmano le paure, ci si conosce di più, ci si scambia un bene, ci si capisce, non ci si sente sole, ci si offre speranza. E ci si alza col sorriso della vita che restituisce respiro.

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