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Il nostro non è il Dio del clamore ma il Signore dell’impossibile che lavora nel nascondimento



Nella quinta e nella sesta domenica di Avvento il lezionario ambrosiano ci fa compiere una virata e ci assesta con lo sguardo rivolto al passato.

Infatti, lo sguardo fino ad ora era proiettato al futuro che, ricordiamo, non sarà una fine ma sarà il raggiungimento del Fine della storia, l’incontro con Cristo.

Adesso però è il momento di fare nostri i passi dell’antico Israele, guidati per mano da Giovanni oggi e da Maria settimana prossima, entrambi profetici, illuminanti, solidali con il nostro cammino e allo stesso tempo incarnazione di quella Speranza in un Dio che non viene meno alle sue promesse.

Come nelle prime settimane, anche in questo radicamento nel passato però non si vuole aprire un pertugio per fuggire dal presente.

Il credente sa di essere gettato qui e adesso e che la Grazia è all’opera nella sua vita fino a renderlo segno di questo amore, anticipazione incarnata, figlio di un Regno.

Mi sono lasciato interrogare dalle prime righe del vangelo di questa domenica.

Giovanni si trovava ad Ennon, vicino Salim, lungo il Giordano, dove l’acqua era più abbondante.

Ho voluto cercare questo posto su una mappa e mi ha sorpreso che si trovi in Samaria, appena al confine con la Galilea e con il territorio pagano della Decapoli, una vera e propria periferia.

L’annuncio dell’irruzione di Dio e la scelta di cambiare vita avvengono non nella religiosa Gerusalemme, nemmeno nella politica Cesarea e neppure nella ricca ed economicamente fiorita Galilea.

La periferia del mondo, allora ed oggi, è davvero l’adolescenza di una città intera.

Nelle periferie avvengono le cose peggiori perché è facile nascondere in essa i torti e gli abomini – del resto Auschwitz e Srebrenica, i luoghi dei due più sanguinosi genocidi accaduti in Europa a distanza di 50 anni, erano in periferia – ma in essa accadono anche i miracoli più straordinari, è possibile raccogliere i fiori tanto più rari quanto più belli e più profumati.

Davvero il nostro non è il Dio del clamore, della rivoluzione in armi, della sconquassante violenza ma il Signore dell’impossibile che lavora nel nascondimento e che proprio da ogni dura roccia, come Israele quando si trovava nel deserto, sa far scaturire acqua freschissima; metaforicamente, da ogni cuore, anche il più indurito, sa evocare un destino di Grazia perché su nessuno è mai permesso di mettere un punto definitivo.

Non temere allora se senti di essere al palo e non trovi ad oggi nessun motivo per fare festa perché tanto, sai, che nemmeno questo Natale potrà cambiare il tuo cuore: Dio è all’opera nella tua vita. Non disperarti se credi che chi ti circonda non possa davvero più compiere un passo avanti: non è così, Dio sa smuovere anche le montagne e non teme i cuori apparentemente inariditi. E a tutta la comunità che abita questa periferia vorrei ricordare che non è nello sfarzo e nell’opulenza che Dio si rivela ma sempre preferisce vicoli nascosti, incroci improbabili, scenari contraddittori, proprio come il nostro quartiere.

Ma poi c’è un altro messaggio importante racchiuso fra e righe di questo Vangelo ed è l’immagine sponsale.

Ora, sappiamo bene che dalla bocca di Giovanni sono uscite anche parole molto dure che invitavano alla conversione o, prima ancora, che cercavano di togliere quel velo di ipocrisia dalla classe politica e sacerdotale che nascondeva ogni aberrazione dietro alla propria appartenenza etnica e religiosa. Ma il richiamo al rapporto di Dio con il suo popolo come di un amore fra due giovani promessi racchiude tutto il suo messaggio e gli dà un orizzonte. Infatti puoi muoverti a conversione, uscire da ogni ipocrisia, smascherarti senza pudore solo se sai di essere amato.

E, come la voce degli antichi profeti, vi invito a leggere il libro di Osea, il primo che ha adoperato l’immagine nuziale per dire il rapporto fra IHWH e Israele, quando anche Giovanni ci ricorda che noi siamo un popolo non dimenticato ma chiamato a fare esperienza d’amore di Dio. Un amore unilaterale, disposto anche a subire tradimenti e inganni, a fermarsi nel rispetto della libertà quando imbocchiamo vicoli ciechi ma pur sempre un amore su cui puoi scommettere e da cui puoi ripartire.


Con Dio io posso sempre ricominciare daccapo

A Dio che viene noi possiamo dire così:

Tu mi basti, Signore:

il mio cuore,

il mio corpo, la mia vita,

nel suo normale modo di vestire,

di alimentarsi, di desiderare

è tutta orientata a Te.

Io vivo nella semplicità

e nella povertà di cuore;

non ho una famiglia mia,

perché Tu sei la mia casa,

la mia dimora, il mio vestito,

il mio cibo.

Tu sei il mio desiderio.


Don Giovanni

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