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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale


Sono tante le parole che i poeti hanno dedicato alla morte.

Per me la più struggente in assoluto è quella di Montale in memoria di sua moglie Drusilla, la sua "mosca", nomignolo ironico per scherzare sui suoi occhiali spessissimi. La riprendo anche se molto nota.


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale


e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

le coincidenze, le prenotazioni,

le trappole, gli scorni di chi crede

che la realtà sia quella che si vede.


Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio


non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.


La morte di qualcuno di caro è vuoto, assenza di contatto, percezione del baratro, senso di ineluttabilità. Ci si trova spinti con forza contro il muro; è mano che smaschera la nostra routinarietà faccendiera per inchiodarci ai perché su cui amiamo sempre scivolare...la morte degli altri.

Ma quando si fa strada la certezza che a morire saremo noi, io, si entra nella drammatica della vita.

Questo succede perchè si invecchia, quando devi dire un addio a qualcosa o a qualcuno, quando capisci che quel difetto o quel vizio ti continueranno a fare compagnia per sempre, quando si rompe una relazione, quando la malattia non ti lascia in pace, tutte cose con cui abbiamo preso maggiore dimestichezza in un anno come questo

La certezza di morire è la sfida più grande che attende anche i credenti e davanti alla quale non c'è perbenismo religioso che tenga o risposta preconfezionata capace di risparmiarti dalla paura.

E se all'inizio provavo invidia di chi dichiarava di non aver paura di morire, ora che gli anni passano e la mia paura non accenna a sparire, ma anzi aumenta, mi rendo conto che quella è solo una bugia: noi uomini abbiamo paura della definitività in generale e particolarmente della morte, la cosa più definitiva in assoluto.

Ecco perchè l'ultima tappa di quaresima, immaginata come un continuo passare da una purificazione all'altra e in modo sempre più profondo, ci attende col segno del ritorno alla vita di Lazzaro. Il racconto è una accuratissima pièce teatrale in cui i protagonisti prendono posizione sul tema della morte e sono interpellati personalmente a credere in Gesù che qui e ora è Risurrezione e Vita

A dire il vero, tutto lascia presagire che anche Gesù - che era veramente uomo e non gli è stata risparmiata nessuna fatica, nemmeno quella di credere - in questo brano debba compiere un coraggioso salto di qualità e affidarsi a un Dio la cui Gloria si manifesta anche oltre il baratro della morte.

Scrivevo poco prima che la morte ti conduce nella drammatica della vita. Ti obbliga cioè a compiere delle scelte.

anche quella di affidarti definitivamente a Dio senza scorciatoie oppure di resistergli.

Il Cardinale Martini, in una delle sue ultime interviste, dichiarava: " mi sono riappacificato con l'idea di morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremo mai a fare un atto di piena fiducia. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre un'uscita di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente. Di Dio"

La fede è la condizione unica per comprendere come anche la morte sia sorella che spalanca l'eternità e anche maestra di vita perchè ti obbliga oggi a pensarti come unico e irripetibile e a fare bene e tutto quelli che ogni giorno ti è richiesto.


Don Giovanni

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