top of page

Gesù viene nella città



Non ci sorprenda la lettura di questa pagina evangelica che evoca i giorni che precedono la Pasqua piuttosto che questi giorni che precedono il Natale.

L'ingresso di Gesù in Gerusalemme è una vera e propria rappresentazione, diremmo una messa in scena del venire di Gesù, del suo entrare nella città, cioè nel luogo della nostra quotidiana esistenza.

Gesù è 'Colui che viene’.

E il Natale non è forse il suo venire, atteso e preparato in questo tempo di Avvento, appunto di venuta?

Quante volte questo verbo ricorre a proposito di Gesù: "Venne nella sua casa…" (Gv 1,11). E a Zaccheo dice: "Oggi devo venire nella tua casa" (Lc 19,5). E ancora: "Sono venuto a cercare e salvare ciò che era perduto"; "Non sono venuto per i sani ma per i malati"; "Sono venuto perché abbiano la vita". E l'ultima, conclusiva parola della Rivelazione: "Sì verrò presto. Vieni Signore Gesù" (Apoc 22,20). Nel cuore della celebrazione eucaristica cantiamo: "Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta".

Siamo quindi un popolo che attende. E attendiamo perché qualcuno viene. Dio ha infatti deciso di venire e abitare in mezzo al suo popolo. Si spezza così l'isolamento, la solitudine beata della divinità che sta altissima nei cieli: così gli uomini hanno pensato la divinità, distante nella sua altezza irraggiungibile. Ed ecco invece che Dio viene: "Benedetto colui che viene", acclama la gente di Gerusalemme. Il Signore è già venuto e noi ne facciamo memoria. Siamo uomini e donne di memoria, chiamati a custodire e trasmettere una memoria. Ma non solo. Se il Signore è venuto, il Signore viene, il Signore verrà e noi viviamo nell'attesa della sua venuta. Per questo il cristiano non è solo uomo rivolto alla custodia del passato, è chiamato ad aprirsi al futuro, al nuovo, all'avvento. Il nostro sant'Ambrogio ci ricorda che dobbiamo "Cercare sempre il nuovo e custodire l'eredità del passato". La nostra vita trascorre tra la gioiosa certezza della fedeltà di Dio e dei suoi doni affidati alle nostre mani e il cammino aperto al futuro. Tra memoria e futuro scorrono i nostri giorni. Ma Gesù viene nella città. Mi sembra significativo il suo venire proprio nel luogo della nostra convivenza umana, la città. Vorrei sostare su questa immagine. Anzitutto viene in groppa ad un asino, non a un cavallo, cavalcatura guerresca. Viene perché spade e lance diventino aratri per la semina e falci per la mietitura. Viene per anticipare quella condanna del ricorso alla guerra come mezzo di soluzione dei conflitti che la coscienza cristiana sarà capace di formulate solo due millenni dopo, nel Concilio Vaticano II. Viene nella città perché la sua parola che è certo rivolta anzitutto alla coscienza e alla libertà di ogni uomo è altresì una parola per la città, per la convivenza civile, una parola per la polis, la città, quindi una parola 'politica'. È possibile che questa espressone urti la sensibilità di qualcuno che ricorda gli anni del collateralismo, quando, almeno nel nostro Paese, la Chiesa dava esplicito appoggio ad una formazione politica e il giorno delle elezioni in ogni chiesa si davano precise indicazioni di voto. Confesso che nei primi anni del mio ministero anch’io ho letto quei messaggi elettorali. Stagione fortunatamente superata: la Chiesa non deve fare politica, non deve assumere il ruolo di una parte politica, di un partito, entro la dialettica democratica. Ma questo non può voler dire estraneità, indifferenza. E papa Francesco ci dà quotidiano esempio di una parola politica, a servizio del bene comune. Quando la Chiesa alza la sua voce non già per difendere suoi privilegi ma per dare voce ai soggetti più deboli della società, contro la disoccupazione e la precarietà del lavoro, per il rispetto della dignità di ogni donna e uomo senza discriminazioni, per l’accoglienza superando le chiusure egoistiche, per la legalità: ecco, quando parla così certamente fa politica, nel senso più nobile del termine: parla per la città e i suoi abitanti ed è semplicemente fedele al suo Signore.

Quando parla così la Chiesa è quell'asino che porta il Signore. Non c'è fatica più bella di questa.


Giuseppe Grampa


IV domenica di Avvento

Is 16,1-5

1Ts 3,11-4,2

Mc 11,1-11



86 visualizzazioni0 commenti
bottom of page