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E’ una parola, questa, “casa”, che allontana il turbamento del cuore

 


Si parla di case nel vangelo, di case e di dimore: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. Casa è una parola che usiamo spesso, è una realtà che viviamo per grazia spesso. Alcuni di noi la sperimentano il mattino quando lasciano la casa e la sera quando fanno ritorno e nella toppa della serratura mettono una chiave, il ritorno alla casa, il bisogno di una casa.

Il pensiero mi corre inevitabilmente a quelli che non hanno una casa, a quelli che per casa hanno un sacco a pelo e per soffitto il cielo. Forse da anni si sono lasciati alle spalle l’esperienza di una casa, il calore di una casa, una dimora dove ti senti protetto, dove le pareti sembrano respirare e comunicare calore, luogo di famigliarità e di affetti. Ma, quando Gesù nel nostro brano parla di casa e di dimora allude a qualcosa di più intimo delle pareti di una casa. Non è forse vero che anche a noi capita di dire: “Lì io mi sento di casa, mi sento a casa mia”? C’è una consonanza di pensieri e di affetti. E’ un’aria che respiriamo.

Lasciatemi dire dunque che il brano del vangelo di Giovanni che oggi abbiamo ascoltato, un brano che a una lettura superficiale, affrettata, potrebbe essere sospettato di eccesso di misticismo, è tutt’altro che un discorso lontano dalla realtà. Perché? Perché il risultato di una casa dove sia trascurato il dimorare dell’uno nell’altro, dove tristemente si vada spegnendo la relazione – il legame che mi fa bello il vivere con te – è la casa che diventa un albergo. Dal calore siamo finiti nel gelo o, nel migliore dei casi, nell’indifferenza.

Parliamo quindi di casa e di dimora. E cominciamo con il dire che allarga il cuore sentir dire da Gesù: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore”. E’ una parola, questa, “casa”, che allontana il turbamento del cuore, quello che anche Gesù ha patito, pochi giorni prima della sua passione, e lo confessò apertamente, perché Gesù a differenza di tanti di noi che posano ad essere forti e imperturbabili, ha confessato il turbamento: “Ora l’anima mia è turbata”! L’ora della morte, al dire di Gesù, non è senza conseguenza di turbamento. Ma ad allontanare il turbamento è la fiducia in un Dio che è Padre, la fiducia in Gesù che ce lo ha raccontato. Ad allontanare il turbamento è il pensiero della casa dalle molte dimore che lui è andato a preparaci. Dunque non andiamo verso terre gelide, non siamo destinati a un luogo di estraneità. Ci attende il calore di una casa e la bellezza di una famigliarità. Starei per dire che mi basta questo. Che ho fiducia in un Dio che è Padre e in Gesù, che ce lo ha raccontato. Anche se non so come, anche se non conosco come tutto questo avverrà. Sto su queste bellissime parole di Gesù, che allontanano il turbamento del mio cuore. Anche del vostro, penso.

Vorrei ritornare sull’esperienza del dimorare l’uno nell’altro, in cui tutti noi riconosciamo l’esperienza dell’amore. Che cos’è l’amore se non questo? E’ una esperienza che Gesù ha vissuto con il Padre e che non gli è venuta meno per il fatto che ha messo la sua tenda in mezzo a noi. Come a dire che può essere esperienza fin da questa vita. Al presente. A Filippo che gli dice: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”, Gesù risponde: “Come puoi tu dire ‘Mostraci il Padre’? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. E lo ripeterà una seconda volta, quasi volesse sottolinearlo: “Io sono nel Padre e il Padre è in me”. Al punto che vedere Gesù, significa vedere il Padre.


Forse potremmo dire che tutto dipende da ciò che dimora nel più profondo di noi. Se ci abitano cose meschine, da noi non potranno venire che cose meschine Se ti abitano cose grandi, autentiche, belle, se ti abita Dio, da te non potranno se non venire cose grandi, autentiche, belle. Abbi cura della tua dimora, della tua casa interiore. E’ in forza di ciò che avvengono le vere trasformazioni della vita.

In questa luce, forse un poco forzando il testo, vorrei riandare alla prima lettura degli Atti degli Apostoli dove alle immagini del carcere, nel racconto, succedono – grande ribaltamento, grande trasformazione! – le immagini della casa, dal carcere alla casa. Paolo e Sila vengono gettati in carcere, nella parte più profonda del carcere. Il testo dice che verso mezzanotte Paolo e Sila in preghiera cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. Nel buio della notte, nel buio più buio di un carcere, luce, brivido di luce, è quel canto. Che rompe le tenebre e racconta di una dimora interiore, quella dell’anima dei due discepoli che cantano nella notte.

Ed ecco che nel buio della notte si aprono miracolosamente le porte. Il carceriere chiede un lume, si precipita dentro e tremando cade ai piedi di Paolo e di Sila. Potrebbe essere l’ora dell’avverarsi di una ritorsione: quell’uomo potrebbe da un momento all’atro passare da essere carceriere a essere indagato, lui stesso incarcerato. Ma Paolo e Sila non sono abitati da tenebra, li abita ancora quel Dio cui hanno cantato, li abita la luce, la luce della magnanimità, la magnanimità di Dio. E giungono in soccorso al nemico! E avviene, lasciatemi dire, il vero miracolo. Da lì nel racconto non si parla più di carcere, si parla di casa, del calore di una casa. Si parla di Paolo e di Sila che raccontano di Gesù al carceriere e a tutti quelli della sua casa. Si parla del carceriere, che, dopo aver lavato le ferite di Paolo e di Sila, dopo aver ricevuto da loro il battesimo, li fa salire in casa, apparecchia loro la tavola, “e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio”. Siamo passati da gelo di un carcere al calore di una casa, dalle catene di un carcere a una tavola apparecchiata.

Mi sono chiesto se non potrebbe essere anche questo un segno e un impegno per noi. Da che cosa riconosciamo che siamo abitati da Dio se non dal saper trasformare un carcere – e quanti potrebbero essere oggi i significati di “carcere”! – in una casa? E dove sono nella vita le carceri e dove sono le case?


Angelo Casati


Terza domenica di Pasqua

15 aprile

 

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Dove sono nella vita …………………le case?

Mi sembra una domanda utile a noi parrocchiani di S, Barnaba, dove vivo,  e di tutti i Battezzati della comunità pastorale “La Visitazione”. Una possibile risposta individua tre case:

I)                  quella del “condominio”;

II)               quella della “Parrocchia” più prossima;

III)            quella della comunità pastorale.

Come adulto, se non altro per età anagrafica, desidero sorprendere/vedere  quanto detto da Angelo Casati  in queste realtà. Purtroppo sono un “po’ miope” di Fede/fiducia in Gesù Cristo presente e che opera  tra noi, per cui mi rimane il domandare/mendicare.

 

CONDOMINIO

Come rendere la casa opportunità di letizia nella crescita di figli e nipoti oggi? Figli  nipoti che mediamente fuggono le relazioni preferendo un rapporto con i “device elettronici”,…


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