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Confessio fidei

Sulla città

silenzi improvvisi.

Varchi

con un sorriso indefinibile

i confini:

sai le spine di tutte le siepi.

E vai,

oltre i fiati caldi degli uomini,

il sonno dopo gli amori,

l’affanno e la prigionia.

Su la petraia che è azzurra

come le corolle del lino,

liberata

canti correndo:

ma chiudi gli occhi

se in fondo al cielo

le ali bianche dei mulini

si dilacerano

al vento.

Antonia Pozzi, Don Chisciotte


Di domenica in domenica la lettura delle pericopi di Giovanni, come una luce che irrompe in una stanza buia, ci obbligherà a riprendere in mano quelle dimensioni costitutive del nostro essere credenti purificandole da quanto ci è da ostacolo. Dunque sono pagine che si ripetono e ci fanno compagnia ogni volta che è quaresima ma perché sono l’essenziale da sapere, sono il bagaglio indispensabile per camminare verso la Pasqua. E se l’altra domenica il brano della Samaritana ci obbligava alla purificazione della memoria, questa domenica, in questo dialogo incalzante fra Gesù e quei Giudei che avevano creduto in lui, siamo messi di fronte al tema dell’incoerenza e alla purificazione delle opere.

Per la nostra generazione abituata a comunicare con immagini e continue digressioni, avverto il bisogno di cercare una chiave di lettura per questo brano che non racconta né un episodio particolare e neppure un segno ma è un lungo dialogo profondo e serrato. Qui i protagonisti si contrappongono fino a configgere. Nella prospettiva dei Giudei, Gesù è un eversivo che ha la falsa pretesa di dirsi Messia e addirittura Figlio di Dio. Il suo parlare li incalza suscitando probabilmente risposte ottuse e rabbia, fino al punto di volerlo mettere a tacere con le pietre. Nella prospettiva di Gesù, che invece non perde mai la calma ma avanza nella Verità, il dialogo è necessario a smascherare l’incoerenza e a chiedere nuova obbedienza. Questi giudei rischiavano di ridurre il Vangelo e la sua forza eversiva in uno schema già conosciuto. Si dicevano credenti, forse discepoli, ma in realtà annacquavano il vangelo fino a renderlo innocuo, lo piegavano alle proprie esigenze e lo tradivano in opere distanti, vecchie, incoerenti.

Vorrei chiedere alla Parola, nel suo insieme, di dirci oggi noi in che cosa siamo incoerenti. Vorrei vivere una vera e propria confessio fidei, come quella che siamo soliti fare durante la confessione.



  1. una confessio fidei personale: le mie incoerenze. Chi parla ha da chiedere perdono perché è il primo a nutrire sogni o ideali e poi si smarrisce nei meandri delle proprie comodità, dei propri risentimenti , delle proprie testardaggini. Addito spesso la preghiera come necessità e sono il primo a tralasciarla; parlo di servizio e di carità come l’esito della vita di fede e poi cerco il mio tornaconto. Invito alla comunione fra i diversi come segno dell’amore evangelico ma poi divento insofferente di fronte al fratello che non è come me.

  2. una confessio fidei comunitaria: anche come comunità la Parola di oggi ci mette con le spalle al muro e ci chiede una conversione. Se penso alle tante attività, ai tanti progetti che ci contraddistinguono, forse siamo umanamente encomiabili, ma la temperatura della nostra fede si misura sull’amore che abbiamo gli uni gli altri, su quel renderci disponibili a lavarci i piedi a vicenda. E allora penso alle tante pietre che ci scagliamo addosso, molto spesso alle spalle, e al bisogno di essere noi pietre che si levigano a vicenda per formare la Chiesa.

  3. una confessio fidei per la nostra Chiesa in questo mondo. Anche come Chiesa avverto il bisogno di interrogarmi sul tema della coerenza. Gesù desidera una Chiesa serva del mondo, al servizio della Verità. L’ingiustizia, la guerra, la povertà…sono denunce troppo spesso trascurate. Avverto il bisogno di una Chiesa che sente la strada, che profuma di popolo e non è trincerata – per conservare i suoi privilegi – dietro a finte discussioni culturali e cultuali, comunque distanti dalle ferite della gente più semplice.

Don Giovanni


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