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Cara Marta


Cara Marta,

ti scrivo appoggiata al davanzale della finestra della nostra casa a Betania. È bastato un raggio di sole di primavera per far sbocciare le tue azalee nel nostro giardino e, nel fresco di questa mattina di primavera, raccolgo tutto il loro profumo. È il miracolo della vita che rinasce che si presenta ancora ai miei occhi. Mi ricordo quando Lazzaro ancora bambino un giorno entrò con la mano piena di fiori - più che colti - strappati apposta per te: mi chiedo ancora come hai fatto a sorridergli invece di arrabbiarti!

Adesso che sei partita questa casa è davvero vuota. Io non riesco a darle tutte le attenzioni che tu ci mettevi. Forse se ne sono accorti anche gli amici che sono sempre più rari e sempre più di fretta. Come mi sembrano lontani i giorni in cui ci sentivamo al centro del mondo, sul crocevia di un’avventura che avrebbe cambiato la nostra storia. Certo, noi tre giocavamo sul retroscena, eravamo solo gli amici del Maestro, preoccupati di dargli ospitalità e ricoprirlo di tutte le premure possibili. Gli piaceva la nostra amicizia, lo faceva sentire bene, avevamo una sintonia quasi totale, con noi lui si permetteva di condividere tutto.

Ora ho più tempo per me, per ascoltare la Parola, per immergermi nel cuore di Dio e devo dirti che nel silenzio sto componendo come un mosaico tutte gli incontri con Gesù e le sue parole e credo di comprendere che lui è davvero il Messia, il Figlio di Dio - tu ci sei arrivata prima di me - e perché vivo, sento la sua mano stretta alla mia ogni momento. È cambiato tutto, non è cambiato nulla, tutto ora è più limpido, la mia amicizia con lui più profonda e più vera.

Ma questa serenità è la meta di un cammino che ha conosciuto la notte della fede, la crisi vera. Il giorno in cui Lazzaro morì e si presentò il Maestro solo dopo 4 giorni mi sentivo non solo spezzata ma anche presa in giro. Avevo deciso di non voler ascoltare le sue parole, avevo deciso di sprofondare nel mio dolore colmo di rabbia e disperazione, di restare muta e inerme come la pietra che sigillava il sepolcro di nostro fratello: a che cosa mi sarebbe servita la sua consolazione? Se davvero avesse potuto fare qualcosa perché non è venuto in tempo? E quel Dio buono come un Padre di cui ci parlava perché taceva, perché sembrava lontano e assente, perché non aveva impedito che il nostro amore si fosse spezzato così presto? Forse se tu non mi avessi tirato fuori di forza da casa io non sarei mai venuta al sepolcro. Gesù, non potrò mai dimenticarlo, vedendomi piangere, pianse anche lui, lacrime che mi sono sembrate le mie, di dolore e di rabbia, e poi la sua preghiera a Dio. In cuor mio sentivo l’angoscia non solo di aver perso un fratello ma anche il Padre. Lui invece no, anche in quel momento si abbandonava alle braccia di Dio. Mi hanno detto che anche nell’ora della sua morte ha fatto così: chissà se davanti al sepolcro di Lazzaro stava pensando che da lì a poco anche a lui sarebbe toccata la stessa cosa. E poi il segno. Tutti hanno visto. Lazzaro è uscito dalla tomba, le bende che gli avevo messo io erano ancora attaccate ad un corpo però non più inerme, ma vivo. E lì il cuore si è stretto fino al punto che credevo di morire anch’io. Era paura, stupore, felicità, la luce entrava all’improvviso nel cuore come il sole in una stanza buia.

Da quel giorno ho capito chi è il Dio in cui credevo, ho fatto esperienza della sua presenza, del suo essere il Dio dei vivi, ho capito che la morte accade ma non ha l’ultima parola e che non viene da lui. La paura più grande dell’uomo è vinta se vivi fidandoti e affidandoti a un amico come Gesù.

L’altro giorno a casa nostra è passato Andrea. Mi diceva, tornando verso Gerusalemme, che noi eravamo fortunate ad aver toccato con mano cos’è la risurrezione. Forse è vero. Ma gli ho detto che risurrezione non è solo quella di Lazzaro, nella vita la puoi sperimentare in tanti modi; se solo apri gli occhi ti puoi accorgere di quante volte la vita vince la morte: quando ritrovi un amico, quando fai pace con qualcuno, quando prendi in mano carta e penna e ricuci una relazione sfilacciata e lacerata, quando dici a qualcuno che gli vuoi bene senza aspettare, quando una nuova vita si schiude nel grembo di una mamma, quando un malato offe il suo dolore, quando ti lasci perdonare, quando vedi le azalee a primavera e capisci che sei come loro: basta un raggio della presenza di Dio e ciò che è morte in te diventa vita.

Marta, anche vederti per me sarà assaporare la Risurrezione.

Ti aspetto per la prossima Pasqua che la luna quasi piena in cielo già annuncia.

Con amore,

tua sorella Maria

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