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Abitare, contestare, amare il mondo


Breve l’Evangelo di oggi, appena nove versetti, nove righe. E una parola ritorna ben dieci volte: mondo. Una parola preziosa nel vocabolario dell’Evangelista Giovanni. Una parola che non ha un solo significato ma almeno tre che ritroviamo nel nostro testo e che ci aiutano a comprendere quale sia il rapporto di Gesù con il mondo e per conseguenza quale debba essere il nostro rapporto con il mondo. Quando Gesù dice: “Io non sono più nel mondo mentre essi, i discepoli, sono nel mondo”, il termine mondo indica l’intera realtà, il mondo come nostra abitazione, quella che papa Francesco chiama “la nostra Madre Terra”. Gesù sta per lasciare i suoi, queste parole pronunciate l’ultima sera della sua vita nella cornice dell’Ultima cena, sono parole di congedo, meglio sono l’ultima preghiera che Gesù rivolge al Padre per i suoi. E quando poco più avanti prega il Padre perché “non tolga dal mondo i discepoli”, di nuovo mondo indica la condizione storica di ognuno di noi che viene nel mondo in un luogo e in un tempo determinati. Non si dice forse: ‘mettere al mondo’ per indicare la nascita? Tutti , messi al mondo, siamo nel mondo. È la nostra condizione umana. Già questo primo uso del termine mondo né positivo né negativo istituisce però una relazione con il mondo. Leggiamo che il Creatore pose l’uomo nel giardino di Eden, nel mondo appena uscito dal caos primordiale, “perché lo coltivasse e lo custodisse” (Gen 2,15), ecco il primo significato del termine mondo. Troviamo il secondo significato del termine laddove Gesù dice: “Ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” . E poco più avanti ripete questa medesima dura parola: “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”. Qui mondo indica quanto si chiude alla parola che i discepoli portano e per questo sono odiati dal mondo. La relazione con il mondo può essere drammaticamente ostile, di rifiuto e di odio per la Parola, per l’Evangelo che i discepoli portano. Mandando i suoi Gesù li aveva avvertiti: “Vi mando come pecore in mezzo ai lupi”. E quante volte nella storia, non solo dei primi secoli, ma anche oserei dire soprattutto ai giorni nostri, l’odio del mondo colpisce i discepoli proprio perché discepoli di Gesù. I martiri, testimoni della fede fino al dono della vita, non appartengono solo ad un lontano passato, sono uomini e donne del nostro tempo che non hanno piegato la schiena davanti a nessun potere umano. Può non esser ‘confortevole’ essere nel mondo perché i discepoli di Gesù non sono ‘del’ mondo, non ne condividono sempre lo spirito, possono e talvolta devono essere alternativi, portatori di uno stile di vita che può metterli all’opposizione. Infine quando Gesù dice: “Come tu, Padre mi hai mandato nel mondo, così anch’io li ho mandati nel mondo”…viene spontanea alla memoria quell’altra parola di Gesù a Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondi fino a dare-mandare il suo figlio nel mondo perché il mondo sia salvato” (Gv 3, 16s.). Gesù è mandato nel mondo, così come i discepoli, perché Dio ama perdutamente il mondo. Ecco il terzo significato. Il mondo è oggetto dell’amore di Dio, fino a dare il suo Figlio. Ecco perché accanto alla lucida consapevolezza dell’opposizione talvolta possibile nei confronti del mondo, dobbiamo essere capaci di amare il mondo.


Giuseppe Grampa


VII DOMENICA DI PASQUA

O DOMENICA DOPO L’ASCENSIONE 

At, 1, 15-26

1Tm 3, 14-16

Gv 17, 11-19


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